Tratto da “La nostra Parrocchia” –1976-1977-

Indipendente dalla questione della esatta ubicazione di Caudium, alla quale accennammo nel Bollettino di Settembre dello scorso anno, è quella delle Forche Caudine, ossia delle due gole montane tra le quali, ad opera dei Sanniti, rimase chiuso nel 321 avanti Cristo l'esercito Romano, guidato dai consoli Spurio Postumio Albi¬no e T. Veturio Calvino. Purtroppo solamente lo storico latino Tito Livio (59 a.C. 17 d.C) ci ha lasciato la descrizione del luogo in cui i Romani subirono forse la più grande umiliazione della loro storia e noi ora la riportiamo, per comodità dei nostri lettori, nei suoi tratti più significativi. Siamo sicuri, infatti, che ad Arpaia, mentre tutti parlano di ques¬to episodio, nessuno ne conosce i particolari perché nessuno, o quasi nessuno, ha mai letto le pagine di Livio che ad esso si ri¬feriscono. "Fu quell’anno capitano dei Sanniti Caio Ponzio, costui tratto fuo¬ri l'esercito, lo condusse quanto più poteva nascostamente vicino ad un luogo detto Caudio, e mandò a Calazia, dove già aveva udito essere i consoli con l'esercito dei Romani, dieci soldati vestiti da pastori ordinando loro di pascere il bestiame chi in un luogo e chi in un altro non lontano dal campo dei Romani e appena venissero presi dai Romani dicessero che le legioni dei Sanniti erano andate in Puglia ad assediare Lucera e che mancava poco che non cadesse nelle loro mani. Già questa stessa voce, astutamente divulgata, era giunta alle orecchie dei Romani; ma quei prigionieri le accrebbero credenza spe¬cialmente perché tutti si accordavano a dire la stessa cosa. Non c’era dubbio che i Romani dovessero andare subito a soccorrere i Lucerini, loro fedeli amici, solo che vi fu una consulta circa la strada per andarvi. Due vie conducevano a Lucera: una larga e aperta, ma tanto più sicura quanto più lunga; l’altra più breve per le Forche Caudine. Il luogo è così configurato:vi sono due passi profondi, stretti e selvosi uniti da una catena continua di monti; tra l'uno e l'al¬tro vi è una pianura abbastanza larga, ricca di acqua e d'erba. Prima di giungervi, bisogna entrare nel primo stretto e poi conviene o tornare indietro per la stessa via per cui si è entrati, oppure se si vuole continuare ad andare avanti, sbucare per l'altro passo più stretto e angusto. Essendo i Romani scesi in quella pianura per il primo stretto avviatisi verso l’altro, lo trovarono chiuso con traverse di alberi abbattuti e sassi grandissimi. Scoperto l'inganno dei nemici i Romani si affrettarono ad uscire per la strada per cui erano venuti, ma trovarono anche questa chiusa da ostacoli e da gente armata. La notte li colse più a lamentarsi che a consigliarsi sulle decisio¬ni da prendere. I Sanniti, intanto, non sapendo come comportarsi, in così lieta circostanza decisero di interpellare per lettera Erennio Ponzio, padre del capitano.
Com’egli seppe che gli eserciti Romani erano rinchiusi tra i monti delle Forche Caudine, consigliò che fossero lasciati liberi senza alcuna offesa. Questo consiglio non fu accettato e chiestone un secondo, dai Sanniti, Erennio Ponzio rispose: che fossero tutti tagliati a pezzi. Essendo queste due risposte così discordi, il vecchio venne invita¬to a darne personalmente spiegazioni. Con il primo consiglio, egli spiegò, si sarebbe avuta una perpetua pace ed amicizia con un popolo potentissimo, col secondo, invece, si sarebbe rimandata la guerra di molti anni, in quanto avendo la Repubblica Romana perduto due eserciti non facilmente avrebbe riacquistato le sue forze. Nessuno dei due pareri fu accettato ed Erennio se ne tornò a casa. I Romani, intanto, avendo fatto già molti tentativi per uscire e vinti dalle necessità, mandarono ambasciatori per chiedere una ragionevole pace oppure, se questa fosse stata negata, sfidarli a combattere. Allora Ponzio rispose, che era finita la guerra e che siccome essi, benché prigionieri, non volevano riconoscersi sconfitti, li avrebbe lasciati andare disarmati, con una sola veste per ciascuno, facendoli prima passare sotto il giogo, che egli era pronto a stringere l'accordo con i consoli solo a queste condizioni: che lasciassero il territorio dei Sanniti e mandassero via le colonie che vi avevano condotte ad abitare. Solo così i due popoli in avvenire potevano vivere in una giusta alleanza, ciascuna con le proprie leggi. Essendo riferita ai consoli tale ambasciata, si diffuse nell'esercito romano una mestizia, pianto e dolore maggiore che se fosse stato riferito l'annunzio di dover tutti morire in quel luogo. Dopo un lungo silenzio, non sapendo i consoli pronunziarsi né in favore di un accordo sì vergognoso, né contro un accordo sì necessario, allora Lucio Lentulo ch’era per dignità e per merito capo degli ambasciatori, disse: Se fosse a noi possibile combattere col nemico, non mancherei di consigliare a voi di seguire l’esempio di mio padre (che si era opposto alla deliberazione del Senato di ricomprare con l’oro la città di Roma dai Galli, potendo uscire dalla città e combattere contro di loro). Certamente confesso essere cosa bella morire per la patria, ed io sono pronto ad offrirmi come vittima per la salvezza del popolo romano; ma io vedo qui la patria e tutte le forze delle legioni romane, le quali cosa salverebbero con la loro morte? Dirà qualcuno: le case di Roma, i templi, le mura e la moltitudine che abita la città. Invece io dico che, con la distruzione di questo esercito, tutte quelle cose andrebbero come premio nelle mani dei Sanniti. In questo luogo sono tutte le nostre speranze, le nostre forze; se noi le salveremo, noi salviamo e conserviamo anche la patria; perdendo l’esercito e lasciandolo tagliare a pezzi, tradiamo o perdiamo anche la nostra patria. E’ cosa turpe o vergognosa darsi al nemico, ma l’amore di patria questo ci chiede: salvarla con la nostra ignominia. Si ceda, dunque, alla necessità. Andate, o consoli, e cedendo le armi ricomprate una città, che i nostri antenati ricomprarono con l’oro. Andarono quindi i consoli a parlamentare con Ponzio della capitolazione. Ponzio voleva che si firmasse un trattato, ma ciò non fu possibile, perché la sottoscrizione di un trattato richiedeva tutta una procedura solenne. Fu dunque fatta solo una promessa di pace. Appunto perciò i Sanniti chiesero in ostaggio seicento cavalieri, che avrebbero pagato con la vita se non fossero stati rispettati i patti. Venne poi l'ora fatale dell’ignominia. Per prima cosa furono consegnati gli ostaggi per essere custoditi; poi si comandò che tutti uscissero disarmati. Prima i consoli, quasi nudi, furono messi sotto il giogo,e via via gli altri di grado inferiore; indi per ultimo ad una una le legioni dovettero passare sotto il giogo. I Sanniti erano intorno ad essi e li insultavano e li beffeggiavano. Poi l’esercito romano umiliato ed avvilito uscì dalla valle e dalle selve e verso sera giunse nelle vicinanze di Capua, dove trascorse la notte, non avendo il coraggio, per la vergogna, di entrare in città. La qual cosa riferita a Capua, mosse a compassione i Capuani. Questi subito inviarono ai romani aiuti di ogni genere ed il popolo stesso andò loro incontro per offrire la dovuta ospitalità. Interrompiamo qui il lungo racconto di Tito Livio, che in alcune parti abbiamo per brevità riassunto.

Tralasciamo anche la reazione che si ebbe a Roma alla notizia dell’accaduto e soprattutto all’arrivo dell’esercito sconfitto ed umiliato, il rifiuto delle condizioni di pace, il ritorno dei consoli a Caudio, il proseguimento della guerra ed infine, l’assedio e la presa di Lucera ove 7000 Sanniti, per vendicare l’umiliazione delle Forche Caudine, furono fatti passare dai Romani anch’essi sotto il giogo. Il racconto di Livio, benché ci dia una descrizione piuttosto particolareggiata del luogo in cui si svolse l'episodio delle Forche Caudine, è mancante peraltro di quegli elementi topografici che avrebbero potuto permetterci di individuare con certezza l’esatta ubicazione di quel luogo. Gli storici, in disaccordo tra loro, formano al riguardo quattro ipotesi:S.Agata dei Goti-Moiano; Frasso-Tocco Caudio; Arpaia-Sferracavallo; Arienzo-Arpaia. Ci limitiamo ora a considerare, sia pur brevemente, le prime due.
1°) Tra S.Agata dei Goti e Moiano: Il primo a sostenere tale ipotesi fu il famoso geografo ed archeologo tedesco Filippo Cluvier (1580-1623), conosciuto comunemente con il nome di Cluverio. Avendo egli confuso Galazia presso Capua ed avendola identificata con Caiazzo, città situata oltre il Volturno, collocò la città di Caudio dove oggi, è Airola, e, Le Forche Caudine tra S.Agata e Moiano. Quindi secondo l’ipotesi del Cluverio, i Romani partirono da Chiazzo e, varcato il Volturno, percorsero, la valle tra S.Agata e Moiano, attraversata dal fiume Isclero e detta pertanto anche valle dell’Isclero. Nel mezzo di questa valle dovrebbe estendersi quella pianura ove i Romani, assediati, posero gli accampamenti. La presenza del fiume Isclero, che solca la valle, sarebbe la prova dell’esistenza di quella pianura "abbondevole d’acqua e d’erba" di cui parla Livio. Qualche altro autore, seguace del Cluverio, rafforza l’ipotesi suddetta, corredandola, con qualche argomentazione indiretta. Mons.Cesare Carbone, infatti, dice che siccome il poeta latino Orazio, nel suo celebre viaggio da Roma a Brindisi, nel quale passò per Arpaia sulla via Appia, non ha fatto alcun cenno delle Forche Caudine, deve dedursi che esse non trovansi affatto su quella celebre strada. Inoltre, che la mancanza nella valle di una pianura spaziosa è da attribuirsi ai continui movimenti tellurici, che hanno contribuito attraverso i secoli alla trasformazione del luogo. Ci si conceda di fare alcune osservazioni circa questa ipotesi, che noi escludiamo completamente. Alle sue origini c’è l’errore al quale già abbiamo accennato, e cioè la confusione tra Galazia presso Capua con Caiazzo oltre il Volturno. Questa confusione costrinse il Cluverio a dare all’Appia un percorso del tutto arbitrario, più lungo e tortuoso, e facendo attraversare ai Romani più volte il Volturno. Eppure Livio, così attento nel riferire tanti particolari, non accenna neppure minimamente nè all'Isclero, né al Volturno. Inoltre facilmente si può osservare, almeno per noi che viviamo sul posto, che la valle che si distende da S.Agata dei Goti a Moiano è come una gola lunga e profonda e nel mezzo non è possibile ravvisare un benché minimo spazio pianeggiante che avrebbe potuto permettere l'accampamento di un esercito. Se i Romani erano partiti da Caiazzo, perché non vi tornarono anche dopo la sconfitta, se quello era il percorso ordinario, anzi l'unica strada? Infine i Romani per entrare nella valle avrebbero incontrato come primo ostacolo da superare Saticola (S.Agata dei Goti), che era una città sannita, così come uscendone sarebbero dovuti passare nelle immediate vicinanze di Caudio. Evidentemente ai tempi del Cluverio non ancora era stata scoperta l’antica necropoli di S.Agata dei Goti e perciò egli non poteva immaginare la grave difficoltà che questi rinvenimenti della fino del ‘700 avrebbero creato alla sua tesi.
2°) PIANA DI PRATA tra FRASSO e TOCCO CAUDIO: Secondo questa ipotesi, sostenuta dal Marcarelli e condivisa da qualche raro autore, i Romani partiti da Caiazzo, avrebbero proseguito la loro marcia per le campagne di Dugenta fin nei pressi di Frasso. Di qui sarebbero entrati per il primo dei due varchi detto "Feriole", che si incontra salendo ed entrarono nella valle di Prata. Attraversata la valle, i Romani sarebbero dovuti uscire passando per l’altro varco detto "Serretole", che si trova nei pressi di Tocco e da qui avrebbero proseguito per Benevento alla volta di Lucera. L'autore dice: "La valle delle forche coincide perfettamente con quella di Prata. Essa forma un campo vasto, capace di contenere un esercito, ricco di acque, contornato di monti continui sulle cui alture potevano nascondersi i Sanniti".
Osserviamo che questa ipotesi si regge sullo stesso errore di quella precedente: la confusione, cioè, tra Galazia presso Capua con Caiazzo oltre il Volturno. Inoltre, se i Romani fossero partiti da Caiazzo, avrebbero preso, per recarsi a Lucera, la via che per Telese arrivava a Benevento, evitando così completamente la ripida salita che mena a Piana di Prata. Chi dovesse per caso trovarsi di passaggio o in piacevole gita in quei luoghi ameni, può constatare personalmente come sia assurdo sostenere una tale ipotesi; raggiungere da Frasso quella pianura (650m.l/m) significava per i Romani percorrere per diversi chilometri una salita così ripida senza nessuna vera e propria necessità, a parte anche l’inutile spreco di tempo e la fretta che essi avevano di raggiungere Lucera. ARPAIA – MONTESARCHIO (Sferracavallo): l’Olstenio fu il primo ad elaborare questa ipotesi nelle sue "Annotationes ad Cluverium". Prima dell'Olstenio, però, già Plavio Biondo (1388-1463) era stato della medesima opinione. Questa ipotesi è anche sostenuta dal Pratilli, dal Lettieri, dal Mommsen, dal Nissen, da G.De Sanctis, per indicare, tra gli studiosi, quelli più conosciuti. Secondo la tesi di questi autori, le legioni romane entrarono nella valle caudina per il passo di Arpaia. Attraversata la valle, esse giunsero a Sferracavallo, località ritenuta il passo di uscita dalla valle stessa. Qui vi trovarono ostruita la via dall’esercito sannita. Riuscito inutile ogni tentativo di procedere, costrette a prendere la via del ritorno, trovarono che il passo di Arpaia, per cui erano entrate nella valle, era stato frattanto occupato e fortificato dal nemico. Il fiumicello Isclero, che scorre nella valle, darebbe forza ad una simile ipotesi. Da parte nostra escludiamo che teatro dell’avvenimento sia stata la pianura che si estende tra Arpaia e Montesarchio, per i seguenti motivi: 1) perché la valle non può dirsi chiusa da due catene di monti; 2) perché il Taburno e la catena del Partenio sono così distanti tra loro da non poter formare una gola adatta ad una imboscata; 3) perché da essa si può uscire in diverse direzioni; 4) perché la valle è talmente vasta che sarebbe stata facilissima e comodissima ai Romani una vera e propria battaglia campale. Rimane ora da considerare l'ipotesi ARIENZO – ARPAIA. Noi la condividiamo, perché ci sembra la più esatta, in quanto la configurazione del luogo, a nostro parere, è l'unica che corrisponde alla descrizione dello storico Tito Livio. Cominciamo col notare che solo la valle che si distende tra Arienzo e Arpaia ha due ingressi, uno cioè dalla valle di Montesarchio e l'altro dalla pianura S.Maria a Vico-Cancello, la quale si restringe notevolmente ad Arienzo per diventare una strettissima gola ad Arpaia. Tito Livio dice espressamente che l’uscita ora molto più stretta dell’entrata. La valle inoltre è circondata da due catene ininterrotte di monti; ai piedi di questi vi è una serie di colline di piccola e media altezza che potevano servire ottimamente ai Sanniti, prima come riparo per nascondervi, e poi come punto di lancio per assalire l’esercito romano. II tempo, però, e la mano dell’uomo hanno necessariamente cambiato l’aspetto della natura del luogo. A proposito lo storico airolano Bartolini osserva; "Le piogge col loro scolo in tanti secoli han trasportato immensi materiali nel fondo della valle che si è ripianata nelle sue cavità, mentre le cime dei monti all’opposto si sono abbassate”. A ciò aggiungasi l’innovazione prodotta dall’opera della Via Appia che continuò Augusto da Capua a Benevento, quando per livellarla fu d’uopo di ripianare le profondità; come pure la moderna cultura, la quale nel fondo della valle al campo erboso, pel cui mezzo marciavano i Romani, ha gli alberi sostituiti e le falde dei monti nonché l’entrata e l’uscita della valle intralciata da folti boschi dentro i quali erano i Sanniti in agguato, ha ora reso al contrario aperte e denudate. Malgrado tali cambiamenti, il viaggiato¬re giunto al sito detto ponte d’Arpaia che è un sentiero tagliato nel monte e che a fianco ha grandi muraglie dell’Appia per risparmiare il burrone, ben vi scorge che questa sia la seconda angustia che fu chiusa dai Sanniti preventivamente con tronchi d’alberi e grossi macigni assai più difficile della prima stretta". Il Daniele, uno dei principali sostenitori di questa tesi insieme al Meonartini, al Maturi, al Di Lella, al Sommella ed al tedesco Kromajer, ci riferisce di aver condotto ad Arpaia il generale Melville, già supremo governatore delle isole conquistate dagli inglesi nelle Indie occidentali. Questi aveva intrapreso molti viaggi allo scopo di vedere i luoghi più celebri por fatti d’armi. Dopo aver attentamente osservato il luogo, il generale affermò che "la ragione il persuadea a tener fuor da ogni dubbio che quivi e non altrove il famoso stratagemma avesse dovuto avere esecuzione". "Dell’istesso avviso, riferisce sempre il Daniele, pur era stato il principe di Brunswik, allorché nella sua venuta a Napoli, si recò ad osservare questo luogo famoso nella storia della guerra si famosa". Facciamo infine notare che la nostra valle, essendo dalla parte della Campania la porta d’ingresso al Sannio Caudino, non poteva non essere ben custodita dai Sanniti,i quali, come osservano il Sommella e il generale Melville, non avrebbero mai "trascurato un attacco favorevole in questo punto, per uno scontro con esito incerto nella piana di Montesarchio" specialmente se si tiene presente "il tipo di guerriglia o di guerra nobile preferito dai Sanniti nelle guerre coi Romani, invece dei confronti diretti e delle battaglie campali in cui la loro armatura leggera avrebbe avuto senz’altro la peggio". Alla domanda: quale il luogo esatto in cui i Romani passarono sotto il giogo? E’ evidente che non si può dare alcuna risposta sicura. Se la disfatta fu tra Arpaia ed Arienzo, possiamo supporre che il giogo sia stato collocato un pò ad oriente di Arienzo nelle sue immediate vicinanze; se invece la collochiamo nella più ampia valle caudina, esso potrebbe essere stato collocato tra ponta Schito ed Arpaia. Intende solo scherzare colui che afferma che il giogo potrebbe essere stato collocato sotto all’arco, all’imbocco della via Forche Caudine del del nostro paese. In che cosa consistesse poi questo giogo ce lo riferisce lo stesso Livio (libro III cap.II): Tribus hastis iugum fit: humi fixis duabus, superque eas transversa una deligata. Ossia due aste piantate verticalmente nel terreno, sulle quali è legata trasversalmente una terza. Concludiamo, così, l’argomento sull’ubicazione delle Forche Caudine. La nostra trattazione, senz’altro insufficiente e manchevole, ha voluto avere come scopo unicamente quello di dare ai nostri amici lettori una idea informativa sulla dibattuta questione, che, nei secoli scorsi, ha appassionato ed appassiona tuttora storici e strateghi.