Tratto da “Arpaia Longobarda” di Lorenzo Di Fabrizio – 1999.

All'esterno della cinta muraria della cittadella di Arpaia esisteva, poco lontano dalla torre d'angolo che univa la cinta difensiva orientale con quella settentrionale, una chiesetta romantica, dedicata a S. Antonio Abate. Questo è stato il Santo più popolare del medioevo, festeggiato fin dal V secolo nella tradizione Copta e Bizantina: il suo cullo arrivò fin nelle zone interne delle campagne e a Lui venne affidata la protezione del bestiame. La struttura emergente ben visibile di questa chiesetta è una par¬te della murazione del lato settentrionale, dove, a livello del piano di campagna, nella parte mediana, si apre un arco a tutto sesto a guisa di arcosolio, certamente di coronamento all'altare, entro il quale faceva spicco una pittura ad affresco con l'effige del Santo. Considerando gli altri setti murari affioranti che oggi costituiscono i sostegni del giardino adiacente alla Chiesetta del Purgatorio, si pensa che ci doveva essere un interessante complesso ecclesiale. Dall'assetto planimetrico del giardino, si può intercettare la planimetria quadrilatera della Chiesetta, che oggi risulta interrata alla profondità di circa due o tre metri, con tutta la sua platea lastricata di pietre. La nave unica era coperta con capriate a doppio spiovente e l'ingresso sì apriva sul fronte occidentale, con il fornice rivolto verso la Chiesa matrice.
Il portale d'ingresso era architravato, ottenuto con pie¬tre calcaree locali. La parte superiore del prospetto terminava con un timpano triangolare, mentre le pareti laterali della nave unica erano ornate da quattro finestre, con archi a pieno centro, con forte strombatura all'interno. Oltre alle chiesette, alle cappelle e ai piccoli ospizi costruiti fuori della cinta muraria e in prossimità dei valichi, in alcuni casi, c'erano anche piccole Abbazie. Queste, oltre al fatto logistico, nascevano con l'intento opposto a quello che era la funzione della città murata. Lo scopo preminente era quello di venire incontro all'uomo, offrendo rifugio ai viandanti ed ai pellegrini.
I sentieri, i valichi, da sempre sono stati percorsi da muli, cavalli che trasportavano cereali di ogni genere, il prezioso sale e le più svariate mercanzie. Per i viandanti le Abbazie erano come le oasi nel deserto, ed era normale che ì monaci cercassero di trarre qualche utile dal passaggio di uomini e ricchezze. In questo susseguirsi di situazioni essi cercavano anche chi conducesse le loro bestie al pascolo. Chi era capace di trarre dai boschi legna, cera, miele e castagne per fare il cosiddetto pane di legno. A quelli che erano più capaci per svolgere lavori agricoli, concedevano con un fitto contenuto, appezzamenti di terreno da dissodare e lavorare.
Gli uomini, così impiegati, dal canto loro, ricevevano in cambio protezione materiale e spirituale. Dalle persone e dai pellegrini ospitati, la comunità monastica riceveva elemosine e donativi di ogni genere. In questo clima, entrava anche la comunità Abbaziale di San Fortunato di Arpaia.

 

Tratto da “La nostra Parrocchia” – Gennaio 1977

CHIESA DI S.ANTONIO ABATE

Ad oriente della Chiesetta di S.Maria delle Grazie, detta comunemente del Purgatorio, e a qualche metro dall’Appia, c’era fino a poco dopo il 1860, un’altra piccola chiesa dedicata S.Antonio Abate. Il suo pavimento era alquanto al di sotto dell’attuale livello del terreno. Sono ancora visibili alcuni resti del muro settentrionale, mentre quello meridionale fa da sostegno al terreno del fondo superiore adiacente. Nell’estate del 1974 sono affiorati in quest’ultimo muro stucchi ed affreschi interrati. Di questa chiesa, oltre a un disegno, abbiamo la seguente descrizione. "La chiesa di S.Antonio Abate è sita fuori le mura di Arpaia, distante dalla medesima 50 passi circa. Le sue coerenze sono da una parte la strada Regia, beni di essa chiesa, ed altri. Consta di una sola nave lunga palmi 35, e larga palmi 20, col suo pavimento lastricato, e soffitto a travi e a chianche, con copertura ad imbrici a due acque. Ha quattro finestre bislunghe per dar luce alla chiesa. Ha la porta alla parte occidentale. A destra di chi entra in chiesa vi è l’acquasantiera.
A capo di essa chiesa vi è l’altare sotto il titolo di S.Antonio Abate.... Il quadro di questo altare rappresenta l’effigie di S.Antonio Abate, e di sopra lo Spirito Santo con Angeli d’intorno. Nel muro laterale a destra, dalla parte esteriore, vedesi una nicchia di fabbrica dove è dipinta a fresco l’immagine di S.An¬tonio Abate. Per la manutenzione di questa chiesa è tenuto il Beneficiato pro tempore, che tiene l’obbligo di una messa alla settimana ogni martedì per i Benefattori, ed una messa cantata nel giorno della festa di detto Santo. Neanche per questa chiesa abbiamo documenti e notizie che ci indichino, sia pure approssimativamente l’epoca della costruzione. Tuttavia è assai difficile che sia anteriore al secolo decimoterzo. Nell’archivio diocesano la troviamo indicata per la prima volta nella visita del 13 gennaio fatta in Arpaia da Mons. Fra Giovanni de Alojsiis nel 1514, ma senza alcuna utile indicazione. Nello stesso volume, dalla relazione di Mons.
Giovanni Guevara del 3 Agosto 1534 apprendiamo che già a quel tempo, accanto a questa chiesa, allora di patronato del Comune (questo aveva cioè il diritto di presentare un ecclesiastico in occasione del conferimento di un beneficio), c’era anche un piccolo ospedale (più esattamente un piccolo ospizio), il quale aveva di rendite 12 ducati annui, ed era formato di due stanze a pianterreno. Queste erano però prive del necessario, e la loro stessa tettoia in cattive condizioni. Il 26 ottobre 1561 gli Eletti dell’Università di Arpaia, con istrumento del Notaio Livio Cimaldo donarono alla chiesa un fondo di otto moggia di terreno, situato presso il molino di Paolisi, il quale rendeva 15 ducati annui.
Nel 1569 l’unica campana della chiesa era stata già rubata da tempo. Evidentemente i ladri di Arpaia anche allora avevano una particolare predilezione per le campane. L’obbligo delle due messe settimanali veniva fatto soddisfare per mezzo dei frati francescani del locale convento di S.Maria delle Grazie. Negli anni seguenti non si ebbe alcuna cura della chiesa. L’arredamento del piccolo ospedale ora costituito da appena due piccoli sacconi. Tra coloro che in questo periodo pagavano un canone annuo, troviamo un Gianfrancesco Gaudino. Molto probabilmente è lo stesso di cui, oltre lo stemma gentilizio, vediamo inciso il nome sull’architrave della sua abita¬zione in Via Sannitica.
Nel 1601 il beneficiato veniva nominato dall’Abate dì S.Antonio A. di Napoli, al quale dovevano essere pagati due ducati all’anno. Il beneficiato era obbligato, fra l'altro, ad ospitare i poveri di passaggio nell’ospizio della chiesetta. Costruito nell’ultimo ventennio del cinquecento il convento di S.Agostino, per le messe ci si cominciò a servire dei Padri Agostiniani. E metteva a loro disposizione per questo servizio un pezzetto di terreno di circa un moggio contiguo alla chiesa. Nel piccolo ospizio c’era un solo letto per gli uomini. Il vescovo ordinò che si provvedesse a un altro sufficientemente grande, tale cioè da poter accogliere almeno quattro persone. Il 5 ottobre 1617 egli visitando l’ospedale, ossia il piccolo ospizio, ebbe a lamentare che uomini e donne non stavano separate: ordinò allora che la porta delle due stanze intercomunicanti fosse provveduta di serratura in modo da poter essere chiusa a chiave quando i ricoverati non erano solo uomini o solo donne. Nel 1626 già nessuno aveva più cura di questi locali, e tre anni dopo, delle due stanze, la prima si presentava senza tetto, e la seconda minac¬ciava di crollare completamente. Nel 1701 anche la chiesa era ridotta quasi a un rudere. Il Vescovo monsignor Albini ordinò che vi si mettesse la porta, in modo da impedire almeno che vi entrassero le bestie. Fortunatamente in seguito venne restaurata da D.Gregorio D’Ambrosio, prima Primicerio della Collegiata e poi, dal 1739 al 1744, Arciprete di Arpaia.
Il Vescovo Mons. Danza nel 1737 venendo ad Arpaia, e trovandola in buone condizioni ordinò che venisse fatto un fedele inventario della medesima con l'indicazione particolareggiata dei confini, dei beni e di qualunque altra cosa potesse essere opportuno. E precisamente a questa disposizione corrisponde la sua descri¬zione da noi sopra riferita. In questa circostanza troviamo che essa non è più di patronato del Comune, ma di libera collazione. All’inizio dell’800 sembrava che per essa le cose dovessero andare ancora meglio. Ma con l’invasione di Napoleone e le successive leggi eversive che la incorporarono al demanio, si ebbero anche per la nostra chiesetta abbandono e rovina. Con la Caduta dì Napoleone, anche questi beni soppressi tornarono ai vecchi proprietari. Nel 1827 la troviamo custodita dall’eremita Carmine Medugno di Arpaia di anni 65. Ciò nonostante continuò per essa il più completo abbandono finché, cessata di esistere nel 1865, anche la Collegiata, non si ridusse nella seconda metà dello scorso secolo a un cumulo di macerie. Così dopo tanti secoli di vita, in cui periodi più o meno lunghi di ripresa si erano alternati ad altri di incuria e abbandono, scompariva in Arpaia questa chiesetta, e con essa anche il culto e la venerazione del Santo, così popolare della Tebaide la cui festa ricorre il 17 gennaio.