Tratto da "Arpaia Longobarda" di Lorenzo Di Fabrizio - 1999.

Anche la piccola Chiesa dell’Annunziata venne edificata all'esterno della cinta meridionale dell'antica cittadella, sulla fascia pedemontana della zona denominata Corte dei Cavalieri. L'unico documento che fa riferimento alla chiesetta che va sotto il titolo dell’Annunziatella è datato 31 Agosto 1534. La lettura di alcuni testi delle originarie strutture e la dedicazione alla Vergine Annunziata ci riporta al culto della conversione dei Longobardi. Questi, per la devozione alla madre Celeste, fulcro del Mistero dell’Incarnazione e nel ricordo della Massima Festività liturgica del Cristianesimo, costruirono la chiesetta, dedicandola alla Vergine Annunziata. Essendo di piccole dimensioni venne chiamata dal volgo la Chiesa dell’Annunziatella. Dalle strutture architettoniche si rileva un assetto murario, del tutto simile alle altre strutture delle chiesette rurali di questo periodo, sorte in varie zone della Campania.
Il prospetto, originariamente, per come è strutturato l'interno, doveva essere a doppio spiovente, con un timpano triangolare di coronamento. Il portale d'ingresso è caratterizzato da due piedritti in pietra calcarea, sormontati da due modiglioni sagomati all'interno del fornice e vanno a sostenere, alle sommità, un lineare architrave in pietra con chiave centrale. In origine, una piccola finestra strombata all'interno, ornava lo spar¬tito interposto tra il timpano e l'architrave d'ingresso. Gli speroni, in muratura, che ancora oggi si notano agli spigoli della chiesetta, per la loro ubicazione, dovevano avere anche funzione di contrafforti, capaci di contenere le strutture murarie poste in declivio e frenare la spinta del dilavamento e lo slittamento del terreno. Quelli, angolarmente binati, posti alla sinistra, essendo più robusti, in elevazione dovevano contenere e armonizzarsi con il piccolo campanile a nicchia. Nel corso di tutti questi anni, le poche finestre laterali, per i modesti interventi, sono scomparse totalmente, facendo perdere ogni traccia.
Appena sulla soglia, si vede l'interno voltato a nave unica, con strutture a larghe vele, ad unghia, che coprono tutta l'aula congregazionale. In prossimità dell'altare, si apre un'ogiva, avendo una corda molto più grande della freccia, nella cui luce, a guisa di arcosolio, si apre un altro arco ogivale più piccolo. Nella sua luce, prende corpo un raccolto e funzionale catino absidale, che, allo stato attuale, risulta parzialmente ostruito da una struttura muraria, di un altare a spalliera del secolo XVIII molto deperito e rovinato.

La citata struttura occulta tutta l’area absidale e la pittura ad affresco, con l'effige della Vergine che mostra il Figlio Redentore all'umanità. La Vergine assisa in trono è contornata da due schiere di Santi e Dottori della Chiesa mentre il catino absidale è animato da due angeli oranti la cui fattura lascia qualche perplessità. La figura della Vergine con il Bambino e Santi che le fanno corona, compositivamente, tecnicamente e per l'espressività, si presentano di buona fattura ascrivibile tra il XIV e il XV secolo, nonostante la frammentazione dell’affresco, dovuta ai colpi di martellina per la stonacatura. Molto tempo fa, durante alcuni lavori di sistemazione, venne alla luce un piccolo capitello, a stampella, sagomato a mezza luna. Questa specie di pulvino si innesta con una colonnina cilindrica, tramite la sovrapposizione di due collari sfalsati. La faccia prospettica risulta molto semplice e lineare, mentre sull'estradosso, in bella evidenza, spicca uno scudo araldico tipo sannitico, con il campo dominato, in capo e in punta, da una sagoma stilizzata, forse di una palma o di un giglio. Questi sono, certamente, i simboli araldici, della famiglia che, a proprie spese, fece edificare la chiesetta.

 

Tratto da “La nostra Parrocchia” – Marzo 1977.

L’ANNUNZIATELLA

A circa 140 metri di distanza dalla chiesa del convento della Madonna delle Grazie e assai più antica di essa, ad oriente, lungo la vecchia strada di campagna che, sfiorando il Partenio, passa a sud di Arpaia, e unisce Arienzo e Forchia a Paolisi e Rotondi, è situata un’antica chiesetta dedicata alla Vergine Annunziata. Dal popolo è chiamata per la sua piccolezza 1'Annunziatella. E’ stata officiata sino a una ventina di anni or sono, ma adesso è nel più deplorevole abbandono. Dalla gente del luogo è stata portata via per farne fuoco persino la porta. Le stesse persone si stanno ora premurando di portar via anche gli embrici, che a poco alla volta perciò vanno sensibilmente diminuendo di numero, mentre la pioggia, penetrando attraverso i pochi rimasti, naturalmente rotti e sconnessi, sta completando l’opera demolitrice del tempo. Un magnifico affresco venuto alla luce negli ultimi mesi del 1973 nella piccola abside ancora esistente dietro l’altare e raffigurante la Madonna fra i Santi, fu molto rovinato allorché in uno dei restauri della chiesetta dei quali parleremo, vi si volle sovrapporre un altro intonaco. Non conosciamo le origini di questa chiesetta, ma è certamente antichissima.
Riteniamo di non essere troppo lontani dal vero nel riconoscere in essa quella detta di S.Maria de Jugo di cui parla il monaco Guglielmo Caracciolo in un suo scritto del 1199: “Monacos qui habitabant in Cappella nostra S.Maria de Jugo”. Questo scritto si riferisce a un episodio avvenuto ad Airola durante la peste che nel 1106 devastò la Valle Caudina, e causò nella sola Arpaia la morte di oltre 400 uomini. Purtroppo l’incendio dell’Archivio vescovile di S.Agata dei Goti, avvenuto nel 1501, non ci ha permesso di spingere le nostre indagini oltre gli inizi del secolo XVI. Il più antico documento dell’attuale Archivio diocesano, in cui se ne fa espressamente menzione è la relazione della visita fatta ad Arpaia il 31 Agosto 1534 dal Vescovo Mons.Giovanni Guevara. In essa la chiesetta vien detta "costruita nella località chiamata Alle Prese” e "la trova coperta a lammia, senza porta, senza nessun ornamento” e aggiunge che non possedeva beni di nessun genere, né mobili né immobili, e che era senza titolare che ne avesse cura e si preoccupasse della sua manutenzione. Volendone indicare lo stato attuale non ci sarebbe altro da fare che ripetere esattamente le medesime parole. Questo stato di abbandono dura sino agli inizi del seicento.
Alla fine del cinquecento Francesco Gaudino tentò qualche restauro, e stabilì anche di assegnarle una dote, ma la morte non gli permise di attuare questo suo desiderio. Ciò fu possibile solo in seguito al nipote D.Berardo Andrea Gaudino, tesoriere della Cattedrale di S.Agata dei Goti, il quale la restaurò di nuovo e ne portò la dote a sei ducati annui con l’onere della celebrazione di una messa ogni venerdì. La fornì di tutto il necessario, e ne acquistò il diritto di patronato. Vi si celebrava inoltre anche nelle festività della Madonna. Completamente trascurata però dai suoi credi, e rovinata probabilmente dai terremoti del 5 giugno del 1688 e del 13 e 14 marzo del 1702, per tutta la prima metà del settecento la troviamo ancora una volta nel più completo abbandono. Giungiamo così, all’inizio del 1744 allorché la Signora Antonia Girardi provvide a un suo restauro radicale, la fornì di tutto il necessario e assicurò Mons. Danza, allora vescovo di S.Agata, che suo marito Giovan Battista Cacciatore avrebbe assegnato annui carlini 20 per la manutenzione della chiesetta. Il 23 marzo il vescovo, da Airola ove si trovava in quei giorni, autorizzò l’arciprete di Arpaia D.Gregorio D'Ambrosio a benedirla e a celebrarvi la messa. Nel medesimo giorno in Arpaia il notaio Alessandro Bove di Paolisi redigeva l’atto di donazione dei 20 carlini.
Il 25 marzo, giorno della SS.ma Annunziata, allora festa di precetto, con grande concorso di popolo, dopo tanti anni di abbandono, la chiesa veniva, finalmente riaperta al culto. Il culto vi continuò, forse ininterrottamente per molto tempo. Infatti agli inizi del 1804, con un Breve della S.Sede venne concessa per la durata di sette anni l’indulgenza plenaria simile a quella della Porziuncola nel giorno dell’Annunziata e nei sette giorni seguenti. Il diritto di patronato, prima della famiglia Gaudino, era passato frattanto a quella Cacciatore Ghirardo. Nel 1848 lo troviamo della famiglia Venerusi. Nella seconda metà del secolo scorso nuovi restauri permisero la celebrazione delle funzioni religiose limitate però alla sola festa del 24 marzo e ai giorni immediatamente precedenti. Alla fine del primo ventennio del novecento restò ancora una volta abbandonata e così rimase fino a verso il 1950, allorché venne di nuovo riattivata. Le funzioni vennero riprese ma per pochi anni e solamente in occasione della festa dell’Annunziata. Nel 1962 infatti già la ritroviamo nell’abbandono in cui la vediamo tuttora, e che l’ha ridotta nello stato pietoso di cui sopra abbiamo parlato. Chiudiamo questi pochi cenni sulle sue vicende in questi ultimi quattro secoli, con la speranza che sorgano anime pie e generose che ne prendano a cuore i restauri, la manutenzione e la celebrazione del culto.