Tratto da “Arpaia Longobarda” di Lorenzo Di Fabrizio – 1999.

Di fronte alla parte terminale della murazione settentrionale, sem¬pre all'esterno della cittadella murata, esisteva un'altra Chiesa sotto il titolo di S. Agostino. Verso il tramonto del XVI secolo, in adiacenza alla vecchia struttura ecclesiale, venne costruito un convento con un piccolo ospizio. L'ufficio festivo, per molto tempo, venne affidato alle cure dei Padri Agostiniani. Per dissidi interni di gestione e per la scarsa opera di manutenzione, dopo pochissimi anni, anche le strutture architettoniche deperirono e minacciarono di crollare. Dopo quasi un secolo, nonostante i 109 scudi di introito, per il mantenimento dei due religiosi, che lì operavano e le spese di manutenzione, anche la chiesetta venne a trovarsi con una pessima condizione economica e con strutture murarie pericolanti che ne decretarono lentamente la fine.
Di quel piccolo cenobio, oggi, possiamo ammirare in tutta la loro rustica bellezza, solo i quattro possenti archi a tutto sesto che si sviluppano da sostegni rampanti con base quadrilatera, per una altezza di quasi cinque metri. La suggestiva prospettiva di questa teoria di archi mette chiaramente in evidenza episodi di assetti murari, del tutto simili alle precedenti descrizioni. E' chiaro, quindi, perché i Longobardi (570-774) fiutarono l’importanza di questo centro, lo conquistarono e lo fortificarono. Così i Duchi di Benevento crearono una poderosa difesa sul valico di Arpaia e una base solida per la conquista del territorio napoletano e campano. Essendo questa zona molto fertile, in essa si verificava una specie di colonizzazione sulla quale era possibile operare un controllo diretto da parte del signorotto ed imprimere il dominio feudale. Per esercitare in prima persona questo dominio sorse la necessità di avere una dimora sul posto.
In Arpaia, sin dall'inizio del IX secolo, troviamo insediato un castaldato di un certo prestigio e da questo secolo fece parte del giustizierato; in seguito passò al Principato Ultra.


Tratto da “La nostra Parrocchia” – Aprile 1977 -

Lungo la nazionale, poco prima di arrivare al bivio della strada che mena al convento della Madonna delle Grazie, a sinistra salendo, sono ancora visibili e relativamente ben conservati i due muri occidentale e orientale della Chiesa di S.Agostino. Era ad una sola navata e presentava la stessa struttura architettonica di quella dei Frati Minori. La facciata, che guardava verso la strada regia (come veniva allora chiamata l'attuale strada statale), è andata completamente in rovina verso il 1895, e non ne resta praticamente alcun segno. Il portale in pietra viva era stato già tolto e portato via nel 1824 dall'Arciprete D.Nicola Diodati, per collocarlo al nuovo ingresso principale della Chiesa parrocchiale, dove trovasi anche attualmente. Non aveva un campanile propriamente detto: disponeva solo di una campanella per chiamare il popolo alla messa.
La sacrestia era collocata dietro l’altare maggiore, e al di sopra di questo c’era un quadro di S.Agostino. A occidente era situato il convento con chiostro, cortile e pozzo. Quest’ultimo è stato riempito con materiale di rifiuto recentemente, in occasione della sistemazione della piazzetta S.Agostino. Le mura del convento, assorbite dalle costruzioni più recenti, sono difficilmente riconoscibili, e pertanto possono considerarsi del tutto scomparse. Il convento venne edificato nell’ultimo ventennio del cinquecento. Gran parte del merito va attribuito a Fra Girolamo Russo di Arpaia, agostiniano. Per il suo interessamento e per i suoi buon uffici, si potè giungere al contratto stipulato a Napoli il 13 novembre 1581 nel monastero di S.Agostino Maggiore tra D.Giovanni Guevara, utile Signore di Arpaia, e il Rev. P.Andrea da Campagna, Provinciale degli Agostiniani della Provincia di Terra di Lavoro. In esso D.Giovanni Ghevara si impegnava a donare il terreno necessario e a costruire a proprie spese chiesa e convento.
Assegnava inoltre per le necessità dei frati 12 ducati annui. A lui spettava il diritto di patronato sull'altare maggiore, come pure quello di costruirvi una sepoltura con lo stemma della sua famiglia. Benché si trattasse di un convento abbastanza piccolo, la sua costruzione procedette assai lentamente. Lo troviamo infatti nominato nel dicembre del 1603. La chiesa nel 1611, benché iniziata già da parecchi anni era ancora incompleta. Solo nell’anno seguente si potè parlare di completamento dei lavori, almeno di quelli più importanti, e perciò anche dell’insediamento di una vera e propria comunità religiosa. Il primo priore fu naturalmente lo stesso Fra Girolamo, al quale fu affidato anche l’incarico della celebrazione della Messa settimanale nella Chiesetta di S.Antonio Abate, come vedemmo parlando di questa chiesetta nello scorso gennaio. Purtroppo questo convento era sorto sotto cattivi auspici.
Già la sua costruzione, trascinandosi avanti fra numerose difficoltà era durata ben 30 anni. Il papa Innocenzo X (1647-1655) volendo attuare la riforma degli ordini religiosi, la cui vita presentava evidenti segni di rilassatezza, riconobbe, come già era stato messo in risalto nel concilio di Trento, nel moltiplicarsi delle piccole comunità una delle cause principali dell’affievolirsi dello spirito del loro fondatore in quanto che il numero troppo piccolo dei frati consentiva la pratica regolare della vita comune. Il 15 ottobre 1652 egli ordinò la soppressione di tutti i conventi in cui, o per mancanza di sostentamento o per altri motivi, vi dimorava un numero di religiosi troppo ridotto.